Guardando Sentimental Value di Joachim Trier, ci si accorge quasi subito che la casa non è semplicemente un luogo, non è uno sfondo e neppure un contenitore neutro. È più difficile da definire, ma molto chiaro da percepire: sulla presenza costante, silenziosa, che osserva.
All’inizio del film, la protagonista bambina deve rispondere a una domanda apparentemente semplice, immagina quale oggetto potrebbe rappresentarla. La risposta arriva senza esitazione: la sua casa.
Da bambina Nora si chiede se la casa preferisca essere vuota e leggera oppure pesante e abitata, e se in qualche modo possa provare dolore. È una riflessione che non sembra appartenere solo al film, ma a un’esperienza condivisa, perché tutti, almeno una volta, abbiamo avuto l’impressione che le case sentano qualcosa o, quantomeno, che ricordino.
Nel tempo le nostre case diventano depositi di gesti minimi, di abitudini che si ripetono senza che ce ne accorgiamo, di oggetti che restano anche quando hanno perso una funzione precisa. Ci misuriamo contro gli stipiti da bambini, attraversiamo sempre gli stessi corridoi, appoggiamo le mani negli stessi punti. Conserviamo un vaso brutto, una sedia scomoda, una mensola storta, non perché siano cose belle o utili, ma perché a un certo punto hanno smesso di essere semplici cose.
Il valore sentimentale nasce spesso lì, in ciò che non abbiamo davvero scelto di tenere, ma che non siamo riusciti a lasciare andare.
Nel film gli spazi funzionano in modo molto simile. Gli ambienti vengono attraversati più volte, le stanze tornano, i percorsi si ripetono, e a forza di rivederli iniziamo a ricordarli non per come sono, ma per ciò che è già accaduto al loro interno. Si crea una relazione emotiva tra un soggiorno e un corridoio, tra una stanza in fondo e le altre, una memoria che nasce quasi inconsciamente e che finiamo per sentire più che per riconoscere razionalmente.
Forse è per questo che la casa come personaggio ci sembra così credibile. Perché anche nella vita reale le case non sono mai immagini fisse. Cambiano continuamente pur restando uguali. Assorbono momenti, tensioni, presenze e assenze, e restituiscono tutto in modo stratificato, mai del tutto leggibile.
Una stanza può essere accogliente e poi diventare improvvisamente pesante. Un soggiorno può trasformarsi più volte senza che nulla venga spostato davvero. Un corridoio può restare neutro per anni e caricarsi di significato all’improvviso. Le case non spiegano ciò che accade, ma lo trattengono, lo accumulano, lo lasciano sedimentare.
Per chi lavora con gli interni, osservare questa dinamica è inevitabilmente un esercizio di attenzione. Ricorda che abitare non è un momento preciso, né una condizione stabile, ma un processo continuo, fatto di ripetizioni, di piccoli cambiamenti, di relazioni che si costruiscono nel tempo senza un’intenzione dichiarata.
Non si tratta solo di disegnare spazi, ma di riconoscere che ogni casa diventa, volente o nolente, una presenza con cui entrare in relazione. Un luogo che accompagna, che registra, che conosce parti di noi che spesso nemmeno ricordiamo di aver lasciato lì.
Ed è forse per questo che il valore sentimentale delle case non si può definire con precisione. Non dipende tanto da ciò che possediamo, quanto da ciò che abbiamo attraversato, dai gesti che si sono ripetuti senza che ce ne accorgessimo, dagli oggetti che hanno smesso di essere semplici elementi d’arredo per diventare presenze silenziose nella nostra quotidianità.
A questo punto tornare alla domanda iniziale del film sembra quasi inevitabile. Quella domanda semplice, infantile solo in apparenza, che viene posta senza pensarci troppo, come se la risposta fosse già lì.
Se anche a te chiedessero oggi di scegliere un oggetto per raccontare chi sei, non quello che vorresti essere ma quello che ti assomiglia davvero, quale sceglieresti?





