Siamo tutti affascinati dal monumentale show di Bad Bunny ma cosa rappresenta il suo lavoro e soprattutto cosa rappresenta la casita?
Ancora una volta la casa è al centro e rappresenta la parte più intima di noi. Durante l’half time show del Super Bowl Bad Bunny ci aveva presentato il lavoro di Mayna Magruder Ortiz, che ci regala un ricordo, non solo del cantante ma di tutti. La casita di per sé ricorda una casa portoricana classica riprodotta in scala. I colori, le forme e la rappresentazione in generale rimandano subito all’immaginario riconoscibile che riporta tutti alla frugalità della casa dei cari, ma c’è di più: la casa diventa scenario di collettività, una micro piazza in cui condividere.
A firmare la casita è appunto Mayna Magruder Ortiz, formata in Belle Arti alla scuola di design di Altos de Chavón, che prima di questo progetto ha passato gli anni a costruire interni per il cinema e la televisione, mestiere che le ha insegnato a costruire stanze capaci di reggere una storia anche quando la storia è già scritta da altri. Con la casita, insieme a Rafael Pérez Rodríguez, fa qualcosa di diverso: parte da una casa vera, quella di Román Carrasco Delgado a Humacao, e ne traduce gli spazi mantenendone il carattere. Lei stessa l’ha definita una casa di campo portoricana, e in effetti la casita porta dentro di sé una tipologia precisa, quella delle case rurali in legno con tetto di zinco, costruite spesso dalla famiglia stessa o dalla comunità del paese, con porte e finestre disposte per far correre l’aria da una parte all’altra della stanza. Il tetto di zinco è arrivato a sostituire quelli di palma e canna solo intorno agli anni 40, leggero, economico, capace di reggere il vento di un uragano.
Secondo alcune letture critiche dell’architettura portoricana, l’identità dell’isola si è costruita più nella superficie che nello spazio: nel colore acceso, nella texture, nell’accumulo di dettagli su una facciata piatta e frontale. È un modo popolare di abitare che si concentra su ciò che si vede da fuori, sulla pelle della casa più che sulla sua struttura. Letta così, la casita di Bad Bunny recupera proprio questo gesto e il rosa e il giallo non rimangono solo colori decorativi ma si trasformano nel modo in cui quella casa si afferma nel mondo.
Basta guardarla da vuota, nelle ore che precedono il concerto, per capirne la grammatica. Tre archi reggono la tettoia gialla e disegnano il portico, lo spazio che non è casa e non è strada, dove si sta e basta. È lì che la folla si accalca nelle foto, ed è lì che nella casita svuotata resta solo una sedia accostata alla porta, in attesa.
Quella sedia è bianca, di plastica, monobloc, e nell’immaginario di Bad Bunny vale quanto la casa stessa. Compare da sola, senza altro intorno, sulla copertina di Debí Tirar Más Fotos: due sedie vuote sotto una pianta di banano, un’immagine statica che è bastata a riattivare una memoria condivisa in tutta l’America Latina e non solo. Non è la prima volta che quella sedia entra nell’arte, anzi è da anni un oggetto che gli artisti non riescono a smettere di guardare.
L’artista russo Kuril Chto, per esempio, ne ha fatto una vera ossessione dopo averne vista una abbandonata su una spiaggia vicino a Lucca, dove ogni mattina un uomo tornava a sedersi a guardare il mare e da lì ha iniziato a fotografarla, scolpirla, riprodurla in ogni scala e materiale, convinto che gli oggetti più comuni raccontino le nostre vite meglio di quelli speciali, perché ci osservano più a lungo di quanto noi osserviamo loro. Anche i fratelli Campana l’avevano scelta già nel 2007 per la loro collezione Trans-Plastic, in cui esploravano la relazione tra materiali sintetici e naturali: la monobloc veniva rivestita di fibre naturali, l’apuí, quasi inglobando la sedia stessa attraverso l’intreccio.
È una sedia che continua a passare di mano, dal cortile di casa alla galleria, senza mai perdere la sua natura più povera. Bad Bunny la mette al centro dell’immagine più vista del suo ultimo lavoro, e il gesto ribalta la gerarchia: quello che il design ufficiale ha sempre scartato come troppo comune diventa l’oggetto che porta il peso emotivo di un intero immaginario domestico, la sedia di ogni cortile, di ogni festa di paese, di ogni portico come quello della casita. Vuota, come quella accostata alla porta, dice più di quanto direbbe occupata, segna un posto, un’attesa, una persona che manca o che sta per arrivare.
La casita quindi non solo evoca un luogo, lo tiene vivo come spazio comune. Chi entra viene ricondotto allo stesso gesto, a sedersi in veranda, aprire la porta, condividere una sedia di plastica bianca. La scala dello stadio si annulla nel dettaglio domestico, e il pubblico, che dal campo osserva quella casa in miniatura, riconosce in essa una memoria che appartiene a tutti anche se nessuno l’ha vissuta esattamente così. Privato e pubblico si tengono insieme senza scontrarsi, ed è questo a rendere la casita un luogo di comunità prima che di spettacolo: la casa resta ferma, con la sua veranda, la sua porta intagliata, le sue persiane, mentre tutto intorno si trasforma in stadio.


