Ho appena terminato di leggere “Gli antropologi”, un romanzo lieve, pieno di grazia della scrittrice turca Aysegul Savas.
C’è una giovane coppia al centro del libro, una coppia che si ama, e c’è la loro routine quotidiana in una città straniera per entrambi, la città dove hanno studiato e si sono incontrati, pur essendo cresciuti “ai poli opposti del mondo”.
Questa in sostanza è la trama: potrebbe sembrare poca cosa se non fosse che a illuminare le giornate fatte di lavoro, passeggiate, video chiamate con i familiari lontani, qualche chiacchiera e bevuta con i pochi amici, ci sono loro due, Asya e Manu, con il loro quieto e profondo legame. Un amore silenzioso che l’autrice rivela con semplicità attraverso queste parole di Asya: “Dopo il nostro incontro, il mondo si era espanso e contratto insieme: si era allargato abbastanza per accogliere entrambi, un intero universo, lasciando tutto il resto dietro un velo”, e attraverso piccoli gesti come la mano di lei sulla mano di lui, un bacio nel corridoio prima che lui vada al lavoro, e sguardi d’intesa, eloquenti più di tante parole. Anche la scrittura si piega al loro essere due, quasi tutti i capitoli si aprono con un verbo alla prima persona plurale, con un “noi”: decidiamo, ascoltiamo, facciamo, camminiamo.
Asya è un’antropologa e ha il vizio di osservare dall’alto le vite degli altri e anche le loro vite. “Siamo davvero felici?” dice a Manu e lui che è più saggio o semplicemente più pratico (“crede nella vita e riesce a godere della bellezza finché dura”) sorride a queste domande e non perde tempo a rispondere.
A poco a poco, man mano che la loro storia si consolida nella città straniera entrambi sentono il bisogno di lasciare il loro primo,piccolo e buio alloggio, per una nuova casa per “farsi una vita,come diceva qualcuno. Noi non avremmo mai usato quelle parole, ma concordavamo sul fatto di rendere le cose un po’ più stabili”.
Inizia così la ricerca del nuovo appartamento, descritta con ironia e tenerezza.
Visitano case tirate a lucido, persino lussuose ai loro occhi, piene di oggetti, di specchi, di tappeti che i proprietari mostrano con orgoglio cercando di renderle ancora più accoglienti con teiere e tazzine esibite sul tavolo. Fingono di esserne attratti ma poi perdono entusiasmo e si confessano quasi scusandosi l’uno con l’altra che quelle case non li rappresentano.
Finalmente dopo un anno di vuoti tentativi, Asya e Manu trovano l’appartamento che fa per loro, e non è il più bello che hanno visto, quattro rampe di scale senza ascensore con odore di muffa, ma sentono che è quello giusto. “L’appartamento è vecchio ma ha un suo fascino”. Quel caminetto in camera da letto e quel davanzale abbastanza grande per sedersi che si apre sulla città “morbida, accogliente e nitida”.
“All’improvviso ci vedo lì, con il nostro divano, i piatti, gli asciugamani” dirà Asya.
Piatti, asciugamani, un divano e due sedie sul terrazzino: pochi piccoli oggetti che fanno rifugio, cornice alla loro armoniosa quotidianità. “Mi piace questo posto” dice Manu e Asya concorda senza sapere bene il perché. Di cosa parliamo quando parliamo di casa? Parliamo d’amore.
Nicoletta Ciani
